Tornando sul blog mi sono messa a spulciare i vecchi articoli in bozza. Ho trovato decine di idee di post che avrei voluto scrivere, ma soprattutto decine di cose belle (e meno belle) che avrei voluto raccontarvi sulla vita sivigliana e sul mio barrio, ma che poi non ho trovato il tempo (e la voglia) di fare.

Tra tutti questi mi ha colpito un incipit in particolare:

“Sono passati quasi 30 giorni dal mio ritorno in Italia, anche se contarli può solo peggiorare la situazione, e molti più di 30 ne dovranno passare prima di ritornare nella mia isola felice…in questi 30 giorni il coraggio di sedermi a scrivere per raccontarvi quanto siano stati meravigliosi i miei ultimi mesi in Spagna non l’ho avuto; ogni ricordo è un colpo al cuore, una lacrima trattenuta. Ma c’è una cosa di cui volevo scrivere più di altre, ovvero della mia quotidianità in un barrio in cui sono capitata per caso, di quelle cose che non avrò più, neppure tornando a Sevilla perché sicuramente ci sarà un altro barrio in cui vivere, un’altra calle da amare.”

Iniziai a scrivere questo post esattamente 365 giorni fa, a un mese esatto dal mio ritorno in Italia. Avevo lasciato un barrio (quartiere) che ho inaspettatamente amato tantissimo e pur non avendo la più pallida idea di dove sarei stata una volta tornata a Siviglia, sapevo che non sarei mai più tornata lì. E avevo ragione. Quello che non sapevo e che mi sarei trasferita a Málaga (OMG, SÌ, VE NE PARLERÒ).

Come cambiano i ricordi visti da lontano?

Il post in questione nella testa della me di 12 mesi fa doveva chiamarsi Ricordi di un barrio. Rileggendolo mi rendo conto che sono cambiate moltissime cose, e, ahimé, anche i ricordi, visti con il senno di poi, sono molto diversi. Fortunatamente il mio amore per il barrio non è cambiato, ma di tutte le persone che fanno parte di quei “meravigliosi” ricordi non ne è rimasta traccia, escludendone forse 3, e alcuni ricordi si sono trasformati in incubi. È proprio vero che bisogna vedere le cose dalla giusta distanza. 

Calle almaden de la plata

Siviglia è una grande città, sicuramente la più grande in cui abbia mai vissuto, e anche se la frase che ho ripetuto più spesso nel 2017 è stata “Siviglia è troppo piccola” (e sì, lo è, ma per altri motivi) è pur sempre una città di 700mila abitanti e di un numero spaventoso e imprecisato di turisti. In alcuni quartieri rischi di essere sopraffatto dalla folla, e la vita in certe zone può essere più complicata, ma soprattutto meno autentica. Uno dei posti che più ho frequentato lo scorso anno era la casa della mia amica Laura, una meraviglia, in un palazzo storico, con vista mozzafiato sul fiume, ma in una zona dove non vivrei mai, proprio perché meno autentica. Il mio barrio, invece, era assolutamente autentico. 

Come sempre in queste cose io in calle almaden de la plata ci sono finita per caso. Era ottobre 2016, mi appoggiavo da un’ amica e mi restavano 10 giorni per trovare casa e sistemarmi prima di iniziare le mille cose che mi aspettavano a novembre. Trovare casa, se non vuoi condividerla con le matricole, è una delle cose più complicate che si possano fare all’estero, sopratutto se sei italiana e hai un lavoro freelance. L’ unica persona che mi diede una possibilità, dopo un interrogatorio che manco in True Detective, fu Pilar. Accettai al volo la sua proprosta e organizzai il mio “trasloco” in bicicletta (sì vi giuro che l’ ho fatto davvero!). 

Cosa mi resta di quel barrio 

Sono rimasta 8 mesi nel barrio de El Fontanal, e probabilmente ci passerei tutta la vita. “Tu sei la nuova? Che bello, sei italiana!”,  così mi accoglieva il marocchino del bazar sotto casa, che mi ha regalato sorrisi tutte le mattine fino al mio ultimo giorno “Ma davvero vai via? Non ci credo, tu sei di questo barrio non puoi andare via”, e così mi salutava mentre andavo via in lacrime.

Il mercadona sotto casa, il pane del forno all’angolo, le sedie verdi di quel bar di cui non ho mai saputo il nome, ma dove incontravo sempre un amico durante la pausa caffè.  Il parco dove veniva a trovarmi Lourdes con la mia nipote acquisita. I 40 minuti di camminata notturna per tornare a casa la notte quando ero troppo pigra per prendere la bici. Le pedalate all’ Alameda ad occhi chiusi. Il Tarifa e la terrazza dove fumavo guardando il cielo di Siviglia. I sevici sempre vuoti, le domeniche tranquille e i lunedì duri. La cinese aperta fino alle 23.00 che ha salvato le mie cene e che mi ha vista fare la spesa in pigiama. E poi il mio bar, dove tostada, caffè e riordino delle idee erano il mio appuntamento fisso alle 11.00.

A maggio sono tornata nel mio bar. Mi hanno offerto il caffè e mi hanno salutata così: “Questa è casa tua, qui sei sempre invitata, ora però non far passare un altro anno prima di tornare”.

Inutile dirvi che ho pianto come una fontana.

 

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