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Due giorni, una notte è l’ultimo lavoro dei fratelli Dardenne, noti al grande pubblico per l’estremo realismo dei loro film, prodotti sempre a basso costo e con attori non professionisti, ma non è il caso di Due giorni, una notte, visto che i Dardenne ha scelto come protagonista il premio Oscar Marion Cotillard. Seducente, magnetica, ma soprattutto brava, la Cotillard ci regala un personaggio indimenticabile, quello di Sandra.

Sandra è appena uscita da un lungo periodo di depressione che l’ha tenuta lontana dal posto di lavoro. Ora sta bene ed è pronta per tornare, ma i suoi colleghi si sono abituati a lavorare senza di lei, facendo qualche ora di straordianario. Il proprietario della fabbrica decide quindi di far scegliere ai suoi dipendenti: reintegrare Sandra o licenziarla e ottenere in cambio un bonus di 1.000 euro. La prima votazione, anche a causa delle grosse pressioni del capo reparto, si conclude con il voto favorevole al licenziamento. Juliette, amica e collega di Sandra, riesce ad ottenere una seconda votazione per il lunedì. Sandra ha due giorni e una notte per incontrare tutti i suoi colleghi e convincerli a rinunciare al bonus.

Inizia così, mal volentieri, la via crucis di questa donna per non perdere il lavoro. Un tema attualissimo che, purtroppo, non può far altro che colpirci fin dal primo incontro; porta dopo porta, un pugno nello stomaco dopo l’altro, i fratelli Dardenne trasformano questo film verista in una sorta di thriller che ci tiene con il fiato sospeso fino al momento della votazione. Sandra, ancora così debole da affidarsi del tutto alle sue pillole, lei che si sente sola e abbandonata da tutti riesce a farsi forza, con il fondamentale aiuto del marito, per non cedere davanti ai primi no. La forza di questo film è la Cotillard (bellissima anche senza trucco) che dà vita perfettamente ad una donna stanca, demoralizzata, sempre ripiegata su se stessa, come la più fragile delle persone.

Durante tutta la visione del film non ho potuto far altro che chiedermi cosa avrei fatto io al posto di Sandra, se sarei riuscita a trovare la forza per “rompere le palle”, come spesso le viene fatto notare dai colleghi, pur di non perdere il lavoro, se sarei riuscita a elemosinare pietà senza perdere la dignità. Allo stesso tempo le storie di molti colleghi sono anche le nostre: una famiglia che non può rinunciare al bonus perché ha i figli all’università, l’immigrato che non può votare a favore di Sandra perché sennò verrà fatto licenziare dai colleghi, il padre di famiglia che fa già il doppio lavoro perché non arriva a fine mese.

Mille euro sono una benedizione e tutti sono pronti a passare sul cadavere del prossimo pur di non perderli, non sembrandoci per questo cattivi (quasi mai), e come la stessa Sandra noi cerchiamo di capirli.

Con il rumore delle macchine e le urla dei bambini per strada come colonna sonora, con una struttura ripetitiva eppure non noiosa, i Dardenne ci mostrano le brutture della nostra società in tempo di crisi, in bilico tra un continuo mors tua vita mea, ma accendono una piccola speranza con un finale per nulla scontato!

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La scena che più di tutte mi ha emozionata

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