primavera a siviglia

Primavera a Siviglia | 5 eventi da non perdere!

Lo diceva anche Marina Rei, siamo come fiori prima di vedere il sole a primavera, quella primavera che inizia a fare timidamente capolino. A dirla tutta, qui in Andalusia, il sole non è mai andato via, l’inverno quest’anno a malapena è passato a salutarci. Ad ogni modo, attenendoci al calendario, manca poco più di un mese per il ritorno della bella stagione, e se c’è una cosa che amo a questo mondo quella sicuramente è la primavera…a Siviglia.

La primavera a Siviglia? Unica!

Mai come in questo periodo dell’anno la città si riempie di colori e profumi, un’esplosione di allegria che ti invita a vivere la vita en la calle. Che poi la vita si viva en la calle 365 giorni all’anno è un altro discorso, ma il gusto di prendere una cervecita al sol, in primavera, è incomparabile.  Che Siviglia in primavera sia unica non lo dico solo io, è un dato di fatto, e la troverete tra le destinazioni europee più consigliate in primavera su diverse guide turistiche e riviste di genere.

El color especial

A rendere speciale Siviglia in primavera è il suo color especial, anzi, i suoi colori speciali. Definire quale sia il colore speciale di Siviglia  è quasi impossibile, pantone ci ha provato elencadone diversi e creando poi un colore, ma si trattava più di un’operazione di marketing del nuovo gin della Tanqueray che di altro.

Oltre ai colori a rendere imperdibile Siviglia in primavera sono i suoi eventi, da quelli folkloristici e tradizionali fino a quelli più contemporanei. Per questo ho deciso di stilare una top 5 degli eventi da non perdere da qui a giugno 2019, toccando tutti gli ambiti culturali.

 

1 – Tradizione: La Semana Santa, dal 14/04 al 21/04.

Spiegare la semana santa sivigliana è complicato se non impossibile. Vi raccontai qualcosa un paio di anni fa (trovate il post qui), ma le mie parole non rendono bene l’idea. Quando arriva la semana santa la città collassa, e onestamente, a noi guiris (stranieri in terra andalusa), viene solo voglia di scappare lontano da Siviglia. Se però sei un turista, cattolico o no, forse ti interesserà vedere qualche paso, ovvero processione. Tiene ben presente che non si tratta di processioni normali…ma di una roba come questa che puoi vedere nella foto…

Se ti senti pronto a tutto sappi che le giornate più emozionanti sono due, la Domenica delle Palme , a partire dalle 14, e la notte tra il giovedì e il venerdì santo, ovvero la madrugà, quando Siviglia intera si riversa nelle strade fino all’alba per vedere il paso della loro Madonna più amata, la Virgen de la Macarena.

2- Folklore: La feria de abril, 04/05 al 11/05.

Si chiama fiera di aprile, ma quest’anno cade a maggio! Ai sivigliani è imploso il cervello quando lo hanno scoperto, ma la data si sposta in funzione della Pasqua, e deve iniziare rigorosamente due settimane dopo la fine della settimana santa. Dicevamo, dunque, che sarà a maggio, il chè ha un vantaggio e uno svantaggio e paradossalmente coincidono: il caldo, svantaggio se meditavate di indossare il tipico traje da gitana, vantaggio se semplicemente volete bere e ballare 12 ore al giorno dentro una caseta. La feria è tradizione, ma soprattutto folklore, una festa tipicamente andalusa che ha origini molto umili, dove si può incontrare l’anima del sud.

Per 10 giorni l’ unica preoccupazione dei sivigliani è quella di pasarselo bien, un concetto che contempla lo stare nel recinto ferial 12 ore al giorno ballando sevillanas con una gran quantità di rebujito in corpo. Detta così suona a puro alcolismo, ma è una delle migliori cose che possa capitarvi di vivere a Siviglia. Non tutti i Sivigliani sanno ballare sevillanas, ma sí tutti i Sivigliani vanno alla feria. L’ ideale è conoscere qualcuno del posto per poter entrare nelle casette private, ma non temete, basterà far vedere che avete una sincera voglia di conoscere le loro tradizioni e non solo vi faranno entrare, ma vi insegneranno anche qualche passo di sevillana. Per tutto il resto ci sono le casette pubbliche.

3- Musica: Bob Dylan.

Se amate la musica e capitate a Siviglia giusto nella settimana del 3 di maggio forse non vorrete perdervi il concerto di Bob Dylan. Il premio Nobel per la letteratura si esibirà al Fibes, lo stesso auditorium che ha recentemente ospitato i Premi Goya.

3.1- Interestelar Sevilla

Se poi volete sperimentare e conoscere un po’ di musica spagnola potete fare un salto al Festival Interestelar, il 24 e 25 maggio (regalo per il mio compleanno!). Nella meravigliosa cornice del Caac Siviglia si danno appuntamento le migliori band indie rock della scena iberica, prima fra tutte Vetusta Morla, il miglior gruppo spagnolo di indie rock da un paio di decadi a questa parte, riferimento di almeno due generazioni, con uno dei live più potenti in circolazione.

Altri nomi noti a livello internazionale, purtroppo, non ce ne sono, ma sì tantissimi gruppi degni nota e qualche cantautore di peso, come per esempio Ferreiro e Depedro. L’ ambiente del Festival trasuda buen rollo da tutti i pori, vedrete gente felice, estremamente felice, i festival in Spagna sono un mondo a parte, una bolla di felicità in cui rifugiarsi e Interestelar non è da meno! Stra consigliato per chi ha voglia di vivere un’esperienza zero turistica e 100/% spagnola.

 

4- Teatro e opera: Il Trovatore, marzo 2019

Appassionati di opera? Allora l’evento giusto per voi è Il trovatore di Verdi, che andrà in scena presso il Teatro della Maestranza dal 20 al 29 di marzo. L’Opera di Verdi verrà messa in scena da alcuni dei più grandi nomi legati all’Opera dei giorni nostri, partendo dalla soprano Angela Meade, il tenore Piero Pretti , il baritono russo Dmitry Lavrov e Agnieska Rehlis.

Ma la programmazione del Maestranza non si limita a questo e se l’Opera e il teatro sono la vostra passione troverete tanti spettacoli interessanti, partendo dal Guglielmo Tell fino a spettacoli di flamenco.

5- Arte: la mostra del momento

Amanti dell’ arte in tutte le sue forme? Allora una visita al Caac è d’ obbligo, non solo per il festival di cui sopra, ma soprattutto per le mostre d’arte contemporanea che ospita. In questi mesi è il turno di Yeni y Nen – Dualidad 1977-1986. Le due artiste venezuelane hanno inaugurato la mostra, lo scorso 14 febbraio, rincontrandosi dopo anni. Tema della mostra è l’esplorazione del corpo, della relazione tra l’essere umano e la natura e l’esperienza esistenziale dello spazio, considerando l’individuo come tutt’uno con lo stesso.

Inoltre il caac ospita delle installazioni permanenti, e poi non vorrete perdervi la visita in un monastero sconsacrato riconvertito a tempio della musica e dell’ arte? Tra i posti più sfruttati in città e meno conosciuti dai turisti.

Questi in realtà sono solo alcuni degli eventi interssanti di questa primavera 2019, se ne vuoi sapere di più o stai organizzando un viaggio in Andalusia puoi scrivermi a volevoaprireunblog@gmail.com.

Quale evento proprio non vorrai perdere?

el fontanal

Vedere le cose dalla giusta distanza

Tornando sul blog mi sono messa a spulciare i vecchi articoli in bozza. Ho trovato decine di idee di post che avrei voluto scrivere, ma soprattutto decine di cose belle (e meno belle) che avrei voluto raccontarvi sulla vita sivigliana e sul mio barrio, ma che poi non ho trovato il tempo (e la voglia) di fare.

Tra tutti questi mi ha colpito un incipit in particolare:

“Sono passati quasi 30 giorni dal mio ritorno in Italia, anche se contarli può solo peggiorare la situazione, e molti più di 30 ne dovranno passare prima di ritornare nella mia isola felice…in questi 30 giorni il coraggio di sedermi a scrivere per raccontarvi quanto siano stati meravigliosi i miei ultimi mesi in Spagna non l’ho avuto; ogni ricordo è un colpo al cuore, una lacrima trattenuta. Ma c’è una cosa di cui volevo scrivere più di altre, ovvero della mia quotidianità in un barrio in cui sono capitata per caso, di quelle cose che non avrò più, neppure tornando a Sevilla perché sicuramente ci sarà un altro barrio in cui vivere, un’altra calle da amare.”

Iniziai a scrivere questo post esattamente 365 giorni fa, a un mese esatto dal mio ritorno in Italia. Avevo lasciato un barrio (quartiere) che ho inaspettatamente amato tantissimo e pur non avendo la più pallida idea di dove sarei stata una volta tornata a Siviglia, sapevo che non sarei mai più tornata lì. E avevo ragione. Quello che non sapevo e che mi sarei trasferita a Málaga (OMG, SÌ, VE NE PARLERÒ).

Come cambiano i ricordi visti da lontano?

Il post in questione nella testa della me di 12 mesi fa doveva chiamarsi Ricordi di un barrio. Rileggendolo mi rendo conto che sono cambiate moltissime cose, e, ahimé, anche i ricordi, visti con il senno di poi, sono molto diversi. Fortunatamente il mio amore per il barrio non è cambiato, ma di tutte le persone che fanno parte di quei “meravigliosi” ricordi non ne è rimasta traccia, escludendone forse 3, e alcuni ricordi si sono trasformati in incubi. È proprio vero che bisogna vedere le cose dalla giusta distanza. 

Calle almaden de la plata

Siviglia è una grande città, sicuramente la più grande in cui abbia mai vissuto, e anche se la frase che ho ripetuto più spesso nel 2017 è stata “Siviglia è troppo piccola” (e sì, lo è, ma per altri motivi) è pur sempre una città di 700mila abitanti e di un numero spaventoso e imprecisato di turisti. In alcuni quartieri rischi di essere sopraffatto dalla folla, e la vita in certe zone può essere più complicata, ma soprattutto meno autentica. Uno dei posti che più ho frequentato lo scorso anno era la casa della mia amica Laura, una meraviglia, in un palazzo storico, con vista mozzafiato sul fiume, ma in una zona dove non vivrei mai, proprio perché meno autentica. Il mio barrio, invece, era assolutamente autentico. 

Come sempre in queste cose io in calle almaden de la plata ci sono finita per caso. Era ottobre 2016, mi appoggiavo da un’ amica e mi restavano 10 giorni per trovare casa e sistemarmi prima di iniziare le mille cose che mi aspettavano a novembre. Trovare casa, se non vuoi condividerla con le matricole, è una delle cose più complicate che si possano fare all’estero, sopratutto se sei italiana e hai un lavoro freelance. L’ unica persona che mi diede una possibilità, dopo un interrogatorio che manco in True Detective, fu Pilar. Accettai al volo la sua proprosta e organizzai il mio “trasloco” in bicicletta (sì vi giuro che l’ ho fatto davvero!). 

Cosa mi resta di quel barrio 

Sono rimasta 8 mesi nel barrio de El Fontanal, e probabilmente ci passerei tutta la vita. “Tu sei la nuova? Che bello, sei italiana!”,  così mi accoglieva il marocchino del bazar sotto casa, che mi ha regalato sorrisi tutte le mattine fino al mio ultimo giorno “Ma davvero vai via? Non ci credo, tu sei di questo barrio non puoi andare via”, e così mi salutava mentre andavo via in lacrime.

Il mercadona sotto casa, il pane del forno all’angolo, le sedie verdi di quel bar di cui non ho mai saputo il nome, ma dove incontravo sempre un amico durante la pausa caffè.  Il parco dove veniva a trovarmi Lourdes con la mia nipote acquisita. I 40 minuti di camminata notturna per tornare a casa la notte quando ero troppo pigra per prendere la bici. Le pedalate all’ Alameda ad occhi chiusi. Il Tarifa e la terrazza dove fumavo guardando il cielo di Siviglia. I sevici sempre vuoti, le domeniche tranquille e i lunedì duri. La cinese aperta fino alle 23.00 che ha salvato le mie cene e che mi ha vista fare la spesa in pigiama. E poi il mio bar, dove tostada, caffè e riordino delle idee erano il mio appuntamento fisso alle 11.00.

A maggio sono tornata nel mio bar. Mi hanno offerto il caffè e mi hanno salutata così: “Questa è casa tua, qui sei sempre invitata, ora però non far passare un altro anno prima di tornare”.

Inutile dirvi che ho pianto come una fontana.

 

digital detox

C’è vita fuori da social network?

Per questo ritorno inaspettato nel mondo dei blogger vi piazzo subito subito un bel tema caldo che più caldo non si può: c’è vita fuori dai social network? Il perché di questo domandone è presto detto, sto facendo un digital detox, che nella lingua delle persone normali significa una disconnessione totale dai social network, che poi totale non è perché c’è sempre il maledetto whatsapp e quello proprio non lo posso disattivare…o la mia famiglia a 2500 km di distanza potrebbe chiamare la polizia. 

Storia di una disadattata

È alquanto curioso vedere come siano bastati 6 giorni senza social network per farmi tornare a scrivere qui, tipo che se lo avessi saputo prima avrei disattivato tutto almeno 7 mesi fa. Ma visto che sono una disadattata ho dovuto aspettare di morire di invidia davanti alle foto di un concerto a cui non sono potuta andare (!) per sclerare, morire inside, e togliere tutti i social dal mio telefono. E per togliere voglio dire che ho proprio disattivato i miei account e disinstallato le app dal mio cellulare. Nulla di strano, almeno per quanto riguarda Facebook, lo disattivo spesso per periodi brevi, una disintossicazione di cui ho bisogno con cadenza regolare, ma non avevo mai disattivato Twitter prima di giovedì scorso. 

Digital Detox Day

È curioso che io abbia scelto di fare il mio digital detox proprio a cavallo del 1 luglio, che è, guarda caso, il digital detox day. Giuro che non ero informata a riguardo, tra l’altro il digital detox day prevede la disconnessione per un giorno e io ho previsto di restare fuori dal mondo per almeno 7 giorni (e ci sono quasi). Ma cosa è cambiato in questi giorni fuori dai social? Si è davvero più tranquilli senza controllare notifiche e senza vedere le foto pazzesche di amici, nemici e conoscenti che se la spassano? Nì.

social network digital detox

Perché ho disattivato i social network

Devo riconoscere che ciò che mi ha portato a disattivare tutto non è stato un semplice concerto al quale non ho potuto assistere (sorvoliamo sul fatto che non fosse un semplice concerto, MA IL CONCERTO DEL MIO GRUPPO PREFERITO NELLA MIA CITTÀ PREFERITA, VI ODIO TUTTI CAZZO), ma una sorta di strana e orribile sensazione di oppressione. Giovedì scorso mi mancava l’aria e mi sono resa conto che l’unica cosa che potessi fare per calmarmi era uscire dai social e non vedere nulla, non sapere più nulla di nessuno. 

Riconosco di avere un problema di dipendenza, dai social network, e dal telefono in sè, visto che in questi giorni senza gattini in bacheca e notifiche varie ho comunque passato tempo davanti al telefonino, in cerca di cose da fare. Ho spulciato le vecchie mail, ho letto ogni singola pagina di applicazioni che davo per morte, ma che continuavano ad essere lì sul telefono, ho letto e riletto le noiose notizie proposte dal mio upday samsung (e ho sofferto nel non poter condividere su facebook una notizia in particolare!) insomma, ho fatto scroll tra cose noiose per sopperire alla mancanza dello “scrollare” la bacheca Fb o le foto su Instagram. 

No, non ho messo su una crociata contro i social…

La mia ovviamente non è una battaglia contro i social, perché sono una grande sostenitrice di quasi tutti i social network. Su instagram ho fatto vere e proprie amicizie, stessa cosa per Facebook che mi ha permesso di conoscere persone meravigliose. La mia era più una esigenza di non sapere. I social ci forniscono troppe informazioni, anche su persone di cui non vorremmo sapere nulla, e non è sempre facile restare alla larga da certe informazioni, per quanto il buon Mark si impegni fornendoci liste amici e possibilità d effettuare blocchi compulsivi. Così si finisce per immagazzinare una sacco di cose di cui non ce ne potrebbe fregare di meno. E spesso si soffre invidiando le vite apparentemente perfette degli altri.

Allo stesso tempo sui social network le persone tendono a fraintenderci. Sul mio profilo instagram condivido con piacere la mia vita andalusa, ma ultimamente sta diventando una sorta di trappola, una gabbia in cui quella esposta sono io, e per quanto io mi sforzi di essere il più possibile me stessa mi rendo conto che molti si sono fatti un’idea completamente diversa di me. Non lo tolleravo più. 

Ma è servito a qualcosa il digital detox?

Onestamente non lo so. Non ho ottenuto ciò che cercavo, temo purtroppo che non basti disattivare la Nancy pubblica per ottenere la pace che cerco. Devo riconoscere, però, che sto dormendo molto meglio, che mi distraggo meno a lavoro e che dopo tanto ho fatto un binge watching di una nuova serie. Ah, sono le 18.30 e ho il 70 % di batteria.

Il bilancio è dunque positivo, ma è inutile negarlo senza social network non ci so stare, e vi assicuro che tra pochissimo riattiverò instagram e tornerò a raccontarvi la vita andalusa.

 

 

 

 

 

30 anni i nuovi 20

30 is the new 20! Bilancio del mio primo anno da trentenne

Tra meno di dieci giorni sarà il mio 31esimo compleanno, e stranamente lo dico con tranquillità…

Mi pervade, però, una strana nostalgia per l’anno che sto per lasciare. Non lo avrei mai detto, eppure i 30 non sono stati quella cosa brutta brutta che tanto mi spaventava a 27, 28 o 29 anni, ma come tutto nella vita lo capisci solo quando ci sei dentro.

A me i trenta facevano davvero paura. Ricordo che già nel giorno del mio 24esimo compleanno, quando ero ancora una studentessa di triennale fuori corso mi ripetevo:

“cazzarola, tra sei anni avrò 30 anni, farò in tempo a realizzarmi per allora? Sarò sposata? Lavorerò? Mi sarò laureata??”.

 

Le aspettative, ma quelle degli altri!

È che per anni ci preparano ad un futuro che a trent’anni, secondo una stupida convenzione, dovrebbe essere già delineato; un lavoro fisso, un compagno di vita, figli, casa. In una parola stabilità. Stabilità…una parola che i ragazzi della mia generazione non conoscono. La stabilità per un ragazzo nato negli anni ottanta è tipo un mito, una racconto di quelli che iniziano con “no perché mio cugino a 30”, o una cosa lontanissima da raggiungere. Però vi dirò la verità, forse molti di noi neppure la cercano più la stabilità. 

E poi a me i trenta facevano paura anche per un altro motivo; i miei vent’anni io li ho vissuti male; sono volati via tra nottate sui libri e giornate a lavorare. Anni frenetici, una corsa continua contro il tempo per prendere quel maledetto pezzo di carta. Occasioni perse a non finire, amici che ti superano nel cammino e che poi non vedi più. E sempre per via delle stupide convenzioni di cui sopra temi che allo scoccare dei trenta le tue occasioni di divertirti e godere della vita finiranno.

Tic tac tic tac

A 29 anni e 364 giorni vai tipo in tilt, boom. Da un lato ci sono le mille cose che ancora devi fare, che vuoi fare! Dall’altro la famiglia, la società, un sacco di gente impicciona e le aspettative (tue, ma soprattutto degli altri) che hai deluso. Non hai il lavoro che sognavi, sei uscito dall’università sì (sia lodato Dio), ma hai ancora un lavoro precario e sinceramente di matrimonio e figli non ne vuoi proprio sentire parlare. E così o ti deprimi o scegli di “ballare”; io ho scelto di ballare e mi sono ripresa i miei 20 anni, con gli interessi. 

30 is the new 20? Sì.

Capiamoci, non è che compiuti 30 anni di botto torni ad essere una ragazzina, anzi, proprio il contrario. Io guardo la Nancy del 2006 e le darei un sacco di randellate sui denti! Il vantaggio di avere trent’anni è che ora sai chi sei (più o meno) sai cosa vuoi, cosa ti piace o non piace fare e quindi vivi tutto con un’altra filosofia e impari a dire di no. Sei più consapevole del tuo essere donna, ti piaci di più, ti ami di più! E così ti circondi di persone migliori perché le hai scelte tu, con cura. Metti in conto le delusioni, ci stai male come a 20, ma le affronti in un altro modo e vai avanti. Certo, buona parte del “successo” dei miei 30 anni lo devo al mio trasferimento in Spagna, lo ammetto. Non penso che in Abruzzo sarei riuscita a fare la quantità di cose diverse che ho fatto qui in 12 mesi o a conoscere così tante persone stimolanti e vere in poco tempo. 

Bilancio dei miei 30 anni

Facendo un tipico bilancio alla Bridget Jones posso dire felicemente che:

  • Il numero di capelli bianchi che ho in testa è ancora lo stesso di 365 giorni fa ed è molto inferiore a 10.
  • Le rughe in più? Ma sì, ci saranno pure, ma io non le vedo.
  • I chili di troppo vanno e vengono, come gli uomini (sempre più stronzi) con cui escono le mie amiche.
  • Reggo meglio l’alcol, almeno fino a quando non abbasso la gradazione, questi errori da 15enne ti fottono sempre.
  • Ho scoperto che posso ancora andare a ballare e fare le 6 del mattino senza morire, anche se poi sto in coma per tre giorni di fila.

Ma lasciando perdere questi bilanci alla Bridget, e guardandomi indietro con attenzione mi rendo conto che la cosa più importante che ho scoperto negli ultimi 365 giorni è che a 30 anni, ma anche a 40, 50, 60, puoi ancora metterti in gioco, e ricominciare da zero; se sbagli ricominci ancora, perché non c’è nulla di male se a spingerti è la ricerca della serenità. L’unico errore nella vita è non provarci, e io come dicevo ho deciso di ballare.

31, non vi temo e mi aspetto ancora di più…e se pioverà uscirò a ballare anche sotto alla pioggia. 

 

via GIPHY

settimana santa siviglia

Come passare la Semana Santa a Siviglia e sopravvivere nell’intento

Mi ci è voluto un po’ per riprendermi, ma eccomi qui, ce l’ho fatta: ho passato la settimana santa a Siviglia e sono sopravvissuta per raccontarlo a voi.

bella la settimana santa…bellissima…

Lo ammetto, quella di passare la semana santa a Siviglia è stata un’idea mia, un desiderio espresso in tempi non sospetti, ed evidentemente a seguito di un’amnesia, visto che avevo già assistito a scene di follie nella semana santa del 2013. Tra il desiderio di vivere la semana grande  della città che tanto amo a quello di catapultarmi nel mio Abruzzo il passo è stato breve: lunedì santo avevo già capito che restare qui era stata un’enorme cazzata.

Domingo de Ramos

In realtà la settimana santa sivigliana era iniziata benissimo con la domenica delle palme, su un balcone nella centralissima Calle Sierpes. Certo, arrivare su quel balcone non è stata proprio l’impresa più facile del mondo. Voi ci passereste in mezzo a dei tizi seri seri e incappucciati che stanno facendo una stazione di penitenza? Ecco, neppure io, ma senza ali le mie amiche ed io non avevamo altra alternativa, e così ci siamo ritrovate letteralmente in mezzo alla processione, sacrilegio massimo insomma. Eppure la bocca dell’inferno non si è aperta per risucchiarci.

Tre italiane e un balcone

Lì, su quel balcone, ho avuto il piacere di vedere come vive davvero una famiglia sivigliana le processioni. L’esperienza è stata a tratti surreale, da noi probabilmente solo al sud ci sarebbe stata un’accoglienza del genere; tenete presente che eravamo a casa di cugini di un amico, ovviamente non ci avevano mai viste prima! Per farla breve vi riassumo il tutto così: torrijas, cocktail, incenso, processione, risate, incenso, processione, calore, cibo, simpatia.

semana santa sevilla

Pasos e altri problemi

Ora, farvi capire cosa significhi la settimana santa qui è parecchio complicato, dovrei fare un post dove ve la spiego per filo e per segno, ma siamo qui oggi solo per capire come sono sopravvissuta, quindi per avere info sulla semana santa vi conviene leggere questo articolo di Andalusia viaggio italiano. La risposta, comunque, è che sono sopravvissuta… male. A partire dal lunedì vivere a Siviglia e cercare di uscire di casa sono diventate due cose incompatibili. Facciamo un esempio. Immaginate una delle più grandi città d’Italia e immaginatela con tutte le strade del centro, ma tutte proprio, più le strade che costeggiano il perimetro delle mura, chiuse al transito. Avete presente le mie tanto amate bici in affitto? Bene, tutti i parcheggi sevici del centro vengono chiusi, quindi non puoi attraversare la città in bici, ma non potresti comunque a meno di non fare una strage di pedoni che passeggiano con tutta calma sulla pista. E vai a piedi, direte voi, certo, se non fosse che sivigliani più turisti a caso (ma quanti italiani ci sono a Sivigliaaaa???) si fondono e creano un muro umano che il cemento armato in confronto è nulla. Provateci voi a passare in mezzo a quel tipo di folla, o peggio ancora in mezzo ai nazarenos, provateci! Una città di 700mila abitanti che si riversa in strada per vedere una miriade di processioni.

semana santa sevilla 2017

di notte fanno discretamente paura

 

Siviglia, hai vinto tu!

Mercoledì sera, in un momento di incoscienza, ho cercato di attraversare la città e ho fallito non una, non due, ma ben 5 volte! 5 tentativi di raggiungere la casa della mia amica da 5 punti diversi, ma nada, Siviglia ha vinto e io mi sono arresa rimediando con il perdermi sola nelle uniche strade in cui non c’erano devoti e turisti. Ed è in quei momenti che Siviglia ti stupisce e mentre vaghi senza meta, e anche decisamente infastidita, incontri un amico che non vedevi da anni e alla fine la serata si sistema. Ovviamente quando dico che Siviglia ha vinto è perché non c’è stato verso di tornare a casa senza assistere almeno al rientro in chiesa di uno dei tanti pasos che erano in strada, ma a dire la verità mi sono emozionata anche io.

Quel che resta

Quel che resta di quello che chiamerò un piccolo errore di calcolo è una domenica della palme indimenticabile e una Pasqua diversa e altrettanto bella. Il bello di vivere all’estero, quando hai la fortuna di incontrare le persone giuste, sono i legami si creano. Vivere fuori ti cambia, che tu sia partito perché lo volevi o no, che tu sia nella tua città preferita o no, vivere lontano dall’Italia ti cambia. I volti cambiano continuamente, le compagnie svaniscono nel tempo di un erasmus, eppure in mezzo a questa vita di passaggio nascono anche dei rapporti veri, più intensi proprio perché la lontananza da casa quasi ti impone di buttare giù i muri al primo incontro. E con queste persone è stato come essere in famiglia, anche senza l’agnello e senza l’uovo di Pasqua, ma con tante risate, 35 gradi all’ombra e una birretta sul fiume.