Quello di cui sto per parlarvi è uno di quei film che difficilmente vedrete in sala, ed è un vero peccato. A peine j’ouvre les yeux è un piccolo gioiello, che a mio avviso andrebbe proiettato nelle scuole e nei cineforum di tutta Europa. Ahimé, così non sarà, e mi rendo conto di essere stata fortunata a beccarlo qui a Siviglia.

Perché è un gioiello? Si fa presto a dirlo, perché la pellicola racconta i mesi immediatamente precedenti la Primavera araba a Tunisi, e lo fa mettendo al centro della storia la diciottenne Farah (Baya Medhaffer), bellissima, esplosiva, incosciente. As I Open My Eyes è a tutti gli effetti il manifesto di una generazione, quella della regista, Leyla Bouzid, esordiente trentenne, che con questo film ha guadagnato il premio del pubblico durante le ultime giornate degli autori, a Venezia 2015.

Farah vive i tumulti della sua età con maggiore incoscienza delle sue coetanee, in continua lotta, con la madre e con la società. In realtà, ai nostri occhi “occidentali”, Farah non fa assolutamente nulla di male. Fa tardi la sera, esce a farsi una birra con gli amici, e soprattutto canta in un gruppo rock e lo fa anche bene. Ed è proprio questo il peccato di Farah, cantare, specialmente se le tue canzoni parlano dei problemi del paese, di sogni repressi e dolore. Le parole di denuncia delle sue canzoni, scritte dal suo fidanzato, anima del gruppo, sono una sfida aperta al regime. Lei non lo sa, non lo comprende, e spesso si chiede cosa ci sia di sbagliato in quelle canzoni che parlano di verità.

Farah è senza freno, non si pone limiti perché non vede nulla di sbagliato nei suoi gesti e neppure noi spettatori. Mangia la vita a morsi, canzone dopo canzone, e noi con lei. Leyla Bouzid però non perde occasione per farci vedere quanto tutto questo sia sbagliato agli occhi dei veri spettatori di Farah. Una scena in particolare ci mostra con chiarezza quanto sia diversa la vita dall’altro lato del Mediterraneo, quella di Farah che canta in un bar di soli uomini; loro non le tolgono gli occhi di dosso, la guardano, la desiderano e la etichettano come una poco di buono, mentre lei non viene neppure sfiorata dal dubbio di essere nel torto. Una di quelle scene chiave del film, insieme a quella che vede la madre entrare nello stesso bar in cerca della figlia affrontando a testa alta la stessa bramosia. Proprio la madre di Farah, severa e impaurita, è l’unica a sapere a cosa va incontro la figlia, cercando di fermarla, ma ormai è troppo tardi, la polizia è già sulle tracce della ribelle di turno e la pellicola prende una piega drammatica.

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Leyla Bouzid ha creato un personaggio forte, perché forte deve essere chi contrasta il regime, forti sono gli artisti, da sempre in prima linea per combattere gli orrori, forte è lei, Leyla Bouzid, che è riuscita a descriverci un momento storico così vicino a noi.

In attesa di una distribuzione italiana vi lascio qui la soundtrack con le canzoni cantate dalla bella Farah.

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